IO, IL MICROFONO DEL BOSS.

 

 

Bene, iniziamo alle 21,00. Solitamente il boss è puntuale. Accidenti quanta gente, grande energia. Sin da subito. Chi sono io? sono lo Shure, il microfono del Boss. Lo accompagno in ogni dove ed ora sono qui, San Siro, Milano. 

Eccolo. Arriva. «Ciao Milano, fa abbastanza caldo? Con noi lo farà ancora di più». Ma cosa fa? Parla anche in Italiano. Il concerto inizia. Mi prende, mi stringe, mi bacia, urla, mi fa vibrare con la sua voce composta da armoniche non comuni. Ora mi lascia, hei che fai? bacia me. No. Bacia una ragazza tra il pubblico. Si fa toccare dal pubblico, canta col pubblico, in mezzo al pubblico, suda col pubblico. È uno di loro. 

Le prime note sono di una cover «Summertime Blues». Quindi «Out in the Street» che, senza pause, accidenti, porta a «Radio Nowhere» dall’ultimo album «Magic». Io vorrei riposare, ho una certa età. Attento. Non lasciarmiiiiii. Caduto. Che botta. ma lasciami appeso all’asta accidenti.

Ma cosa fa ora? Ritira richieste tra il pubblico? Ma la nostra scaletta? Mi sono preparato sulla scaletta condivisa, accidenti non puoi modificare così la serata. Può. È il boss. Mi costruisce la scaletta con le richieste dei fan. Faccio una gran fatica ma sono orgoglioso di essere il suo microfono personale.

Mi lascia per la sua Telecaster. Fammi guardare un po’ in giro. Wow. Migliaia di persone con le braccia alzate, un mare in fermento. Emozione alle stelle. Il Boss mi urla addosso, loro saltano, San Siro trema. Cado ancora, accidenti. Ora mi appende all’asta. Odio quest’asta, è rigida quanto un palo per la lap dance.

Il mio capo ha grinta, corre, balla, bandiera italiana al collo. Mi prende con forza, tutti i seggiolini degli spalti si svuotano, tutto trema con “Because the night”. È il mio momento, il boss sussurra dolci parole sulla «necessità del cambiamento» ed io do il meglio. Mi abbandona di nuovo per una spugna che usa per “rinfrescare” il pubblico. Ora mi riprende, che fa? Dove corre? Ecco che ci esibiamo in una lunga quanto classica scivolata d’altri tempi. Fantastico, non ho nemmeno avuto paura. 

Ora prende una sedia. Una sedia? Si siede vicino al pubblico, iniziamo una fantastica «I’m on Fire», tutti lo toccano, battono le loro sudate mani sulle sue gambe, lo sostengono. Lui si nutre del pubblico. Ora la sua voce è talmente potente che potrebbe fare a meno di me. Speriamo non se ne renda conto.

Si avvicina Little Steven, che fa? No. Mi canta addosso. Uno straordinario lamento che mi fa dimenticare la pioggia di salivaalcolealtro che piovono sulla mia capsula. Siamo quasi alla fine, sopporto, solo perché iniziano la mie preferite, «Badlands » , «Girls in Their Summer Clothes», «Detroit Medley», «Born to Run».

Le voci del pubblico illuminano a giorno uno stadio sull’orlo del collasso emotivo. Emozioni che diamo, certo io e lui insieme, con un’interminabile «Dancing in the Dark». Finalmente siamo alla fine e dopo un medley dei Beatles chiuso con un’avvolgente «Twist and Shout», partiamo con la chicca finale, il karaoke. Un pezzo tradizionale USA che io e il mio boss vi propiniamo per altri 10 minuti. Tra canti e balli in perfetto stile Irlandese la nostra serata ma soprattutto la mia si avvia alla chiusura, nella mia abituale, confortevole, silenziosa, avvolgente custodia in pelle accompagnato però da una convinzione presa in prestito da Nietzsche: “Senza musica la vita sarebbe un errore”.

 

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