UN BICCHIERE D’ACQUA O IL MARE?

 

Riporto interamente una mail illuminante dell’amica Miranda Sorgente. Io l’ho trovata molto ispirante.

Un uomo si sentiva perennemente oppresso dalle difficoltà della vita e se ne lamentò con un famoso maestro di spirito. “Non ce la faccio più! Questa vita mi è insopportabile”. Il maestro prese una manciata di cenere e la lasciò cadere in un bicchiere pieno di limpida acqua da bere che aveva sul tavolo, dicendo: “Queste sono le tue sofferenze.” Tutta l’acqua del bicchiere si intorbidì e si insudiciò. Il maestro la buttò via. Prese un’altra manciata di cenere, identica alla precedente, la fece vedere all’uomo, poi si affacciò alla finestra e la buttò nel mare. La cenere si disperse in un attimo, e il mare rimase esattamente com’era prima.

“Vedi?”, spiegò il maestro, “ogni giorno devi decidere se essere un bicchiere d’acqua o il mare“.

Ogni giorno siamo così presi dalla quotidianità e dagli accadimenti del mondo che ci colmiamo, senza accorgercene, di preoccupazioni e sofferenze. Siamo come cavalli con i paraocchi lanciati al galoppo: non vediamo che una piccola porzione di mondo, quando basterebbe così poco per togliere quel paraocchi dal viso, fermarsi, alzare lo sguardo e focalizzare la mente su pensieri positivi.
Noi siamo gli artefici del nostro destino, noi abbiamo la possibilità di scegliere se essere tristi o felici! 

Allora scegli, cosa vuoi essere oggi?

IO, IL MICROFONO DEL BOSS.

 

 

Bene, iniziamo alle 21,00. Solitamente il boss è puntuale. Accidenti quanta gente, grande energia. Sin da subito. Chi sono io? sono lo Shure, il microfono del Boss. Lo accompagno in ogni dove ed ora sono qui, San Siro, Milano. 

Eccolo. Arriva. «Ciao Milano, fa abbastanza caldo? Con noi lo farà ancora di più». Ma cosa fa? Parla anche in Italiano. Il concerto inizia. Mi prende, mi stringe, mi bacia, urla, mi fa vibrare con la sua voce composta da armoniche non comuni. Ora mi lascia, hei che fai? bacia me. No. Bacia una ragazza tra il pubblico. Si fa toccare dal pubblico, canta col pubblico, in mezzo al pubblico, suda col pubblico. È uno di loro. 

Le prime note sono di una cover «Summertime Blues». Quindi «Out in the Street» che, senza pause, accidenti, porta a «Radio Nowhere» dall’ultimo album «Magic». Io vorrei riposare, ho una certa età. Attento. Non lasciarmiiiiii. Caduto. Che botta. ma lasciami appeso all’asta accidenti.

Ma cosa fa ora? Ritira richieste tra il pubblico? Ma la nostra scaletta? Mi sono preparato sulla scaletta condivisa, accidenti non puoi modificare così la serata. Può. È il boss. Mi costruisce la scaletta con le richieste dei fan. Faccio una gran fatica ma sono orgoglioso di essere il suo microfono personale.

Mi lascia per la sua Telecaster. Fammi guardare un po’ in giro. Wow. Migliaia di persone con le braccia alzate, un mare in fermento. Emozione alle stelle. Il Boss mi urla addosso, loro saltano, San Siro trema. Cado ancora, accidenti. Ora mi appende all’asta. Odio quest’asta, è rigida quanto un palo per la lap dance.

Il mio capo ha grinta, corre, balla, bandiera italiana al collo. Mi prende con forza, tutti i seggiolini degli spalti si svuotano, tutto trema con “Because the night”. È il mio momento, il boss sussurra dolci parole sulla «necessità del cambiamento» ed io do il meglio. Mi abbandona di nuovo per una spugna che usa per “rinfrescare” il pubblico. Ora mi riprende, che fa? Dove corre? Ecco che ci esibiamo in una lunga quanto classica scivolata d’altri tempi. Fantastico, non ho nemmeno avuto paura. 

Ora prende una sedia. Una sedia? Si siede vicino al pubblico, iniziamo una fantastica «I’m on Fire», tutti lo toccano, battono le loro sudate mani sulle sue gambe, lo sostengono. Lui si nutre del pubblico. Ora la sua voce è talmente potente che potrebbe fare a meno di me. Speriamo non se ne renda conto.

Si avvicina Little Steven, che fa? No. Mi canta addosso. Uno straordinario lamento che mi fa dimenticare la pioggia di salivaalcolealtro che piovono sulla mia capsula. Siamo quasi alla fine, sopporto, solo perché iniziano la mie preferite, «Badlands » , «Girls in Their Summer Clothes», «Detroit Medley», «Born to Run».

Le voci del pubblico illuminano a giorno uno stadio sull’orlo del collasso emotivo. Emozioni che diamo, certo io e lui insieme, con un’interminabile «Dancing in the Dark». Finalmente siamo alla fine e dopo un medley dei Beatles chiuso con un’avvolgente «Twist and Shout», partiamo con la chicca finale, il karaoke. Un pezzo tradizionale USA che io e il mio boss vi propiniamo per altri 10 minuti. Tra canti e balli in perfetto stile Irlandese la nostra serata ma soprattutto la mia si avvia alla chiusura, nella mia abituale, confortevole, silenziosa, avvolgente custodia in pelle accompagnato però da una convinzione presa in prestito da Nietzsche: “Senza musica la vita sarebbe un errore”.

 

MARK KHAISMAN: L’ARTE DELLO SCOTCH.

Mark Khaisman è un artista ucraino che vive a Philadelphia e mi ha stupito con il suo modo usare lo scotch.

La sua arte si è evoluta nel corso del tempo, con l’uso di uno dei materiali meno considerati della storia: lo scotch da imballaggio. Attraverso strisciate di scotch sovrapposte riesce a creare delle combinazioni di colori e di sfumature davvero geniali.

 

L’UOMO CHE HA INVENTO DI PIÙ IN QUESTO SECOLO DOPO PICASSO

Robert RauschembergCerto sembra un’affermazione forte, ma se a farla è stato un certo Jasper Jons, allora tutto assume contorni più reali.

1925. nasce Robert Rauschemberg, il padre dell’arte pop e new dada, uno dei grandi artisti del novecento. Fece parte di quella generazione di artisti, tra cui Jasper Jons, che portarono gli stati uniti all’apice del contesto artistico.

Sperimentatore formidabile, con Wharol condivise, oltre alla tecnica serigrafica, il suo essere pionere nel comprendere il significato e la valenza artistica che andavano assumendo gli oggetti nuovi o consumati, le traccie della vita urbana usa e getta.

Dotato di grande senso estetico fu lui stesso un “combine painting”, termine che identifica gran parte delle sue produzioni. Opere che erano la somma di cose diverse ma rese compatibili. elementi materici, oggetti di ogni tipo trovati in strada, nella spazzatura, persino animali imbalsamati. Materiali che lui conservava con ordine maniacale, fino a quando non decideva di inserirli in apparente disordine all’interno delle sue sculture collage.

La forma che aveva di spiegare l’arte era completamente aperta, ruppe le frontiere tradizionali di tecnica e stile. Rinnovò a livello concettuale la pittura, la grafica, le scenografie teatrali, la fotografia e la danza.

Abusò della vita, ricercando il meglio in ogni situazione, anche le più controverse.

Una personale visione lo accompagnò nella vita, quella tendenza a far andare d’accordo cose e persone, un costante invito a vedere ogni contraddizione, ogni diversità come una distanza colmabile, sempre e comunque.

Robert Rauscemberg si è spento a 82 anni il 13 maggio del 2008.

 

P.S. Rauschemberg fu molto più che una figura chiave dell’avanguardia artistica degli anni ’50 e ’60 perchè alla fine si trasformò in una icona ispirazionale, non solo per me amante dell’arte contemporanea, ma per la maggior parte degli artisti degli anni ’70.

Artista poliforme, aveva un forte legame con l’Italia: tra il 1950 e il 1960, nel periodo in cui il suo neodadaismo faceva da tramite tra l’espressionismo astratto e la Pop Art, ha lavorato ed esposto a Roma, Firenze, Venezia. E fu proprio la Biennale veneziana a consacrarlo definitivamente tra i maestri della contemporaneità assegnandogli, nel 1964, il gran premio per la pittura.

POI TUTTO A UN TRATTO L’AMORE SCOPPIÒ DAPPERTUTTO

A quasi 30 anni di distanza, la Pfm, rende omaggio ad uno straordinario compagno di viaggio, riproponendo le canzoni di quel tour del ’79 che li vide, insieme a De Andrè, scrivere la storia del rock italiano. Sono un fan esigente della PFM, ed assisto al concerto con curiosità e molte aspettative. La poesia di De Andrè accompagnata dalle sonorità dei miei musicisti preferiti fanno da garanti per la serata. Il teatro si riempie. Amo osservare volti e atteggiamenti delle persone che mi siedono intorno. Pur avendo una passione comune, sembriamo tutti appartenere a mondi distanti. Si apre il sipario. Le bellissime foto di Guido Harari ricordano quel memorabile tour. Di nuovo buio. Attesa. Delusione. La musicalità della voce di De Andrè soffocata dalla insolita performance sottotono di DiCioccio. Mussida, grandissimo chitarrista, dona emozioni cantando “Giugno ’73”, purtroppo perdendosi una strofa, causa mancanza di occhiali. Guest star, la sacerdotessa del rock Patti Smith. Dopo aver, come sua consuetudine sputacchiato qua e la sul palco, interpreta “Amore che vieni, amore che vai” di De Andrè. Brava ed intensa, peccato che la sua presenza contribuisca a raddoppiare il prezzo d’ingresso. Energia, grinta ed emozioni mi investono quando viene eseguita “Impressioni di Settembre”. Una maestrale e gigantesca esecuzione che da un senso alla mia serata. Sulle note de «Il pescatore», si chiude il concerto. Tutto il teatro si scuote riversando i presenti sotto il palco, per un ultimo omaggio alla PFM ed al grande artista genovese scomparso prematuramente. ?Da piccolo? ero solito ascoltare i Duran, i Simple Minds, gli U2, finché ad un tratto si fece spazio nella mia subcultura musicale la PFM. Musiche coinvolgenti, energiche e ben suonate, musiche controcorrente in un periodo di british invasion. Era il 1980, il progressive italiano, lanciato dalla PFM nel lontano ?69, era già in declino, purtroppo insieme alla band che mi dava emozioni, che da li a poco si sciolse. Emozioni che divennero realtà nel ?98, quando ebbi la fortuna di occuparmi del design del disco che celebrò la reunion della band “www.pfmpfm.it” (il best) ed in quella occasione conobbi un musicista “of the madon”, Franz Di Cioccio.

MOLLA CHIUSA IN UN CARRILLON

Un suono, di una sveglia che mi sveglia, di una luce che mi bagna di luce. Quante volte mi sveglierò, quante scale scenderò, quante strade cieli, mani, facce, umori, segreti, canzoni, gioie, lacrime, e parole incrocerò?

Io, positivo dentro, mi alzo e comincio ad affrontare un giorno nuovo.

Mi sento molla chiusa in un carillon.