JEAN MICHEL BASQUIAT. THE DARK SIDE OF ART.

Prendete un giovane talentuoso con la maturità emotiva di un bambino e mettetelo in quella grande pentola a pressione chiamata “mondo dell’arte”, dove tutto e niente viene considerato arte, la quantità conta più della qualità, galleristi aggressivi e avidi collezionisti speculano e spingono i prezzi alle stelle mentre i media ingrandiscono ogni cosa con lenti esagerate. Aggiungete gli ingredienti razza, droga e promiscuità di ogni sorta e otterrete la vita e la distruzione di una star dell’arte: J.M. Basquiat. L’artista nero più famoso al mondo, l’unico ad affermarsi come pittore in un territorio generalmente dominato dai bianchi. Ogni suo quadro nasce dalla necessità di evocare il suo mondo interiore, frammentato e complesso. Corpi spettrali, scheletri ed immagini decostruite si affiancano a parole barrate, potenti e concentrate considerazioni filosofiche sulla politica, l’attualità, il suo passato. Vedeva cose che altri non vedevano, per collegarsi si disconnetteva. Droga, musica, televisione, JMB assaporava la cultura sputandola poi in pezzi disordinati. Non aveva la milza, non aveva filtri per i veleni, il Jimy Hendrix dell’arte alla fine esplose. A 27 anni morì per overdose. E questo – forse – fu l’unico modo che trovò per non crescere mai. FILM. Furono girati due film sulla vita di JMB, uno diretto dall’artista Schnabel, l’altro dal fotografo Edo Bertoglio. Il secondo, “Downtown 81”, meno conosciuto ma più autentico, ha come protagonista Basquiat che interpreta se stesso. COPYRIGHT. L’ispirazione per l’uso ripetuto del simbolo del copyright deriva probabilmente dal suo idolo, il jazzista Charlie Parker, che non mise il copyright sulle sue più brillanti composizioni, perdendone così tutti i diritti. MOSTRA. Alla Triennale di Milano dal 20/09 al 28/07 è in mostra “The Jean-Michel Basquiat Show”, la più completa esposizione mai realizzata in Europa (Quella di Lugano era sicuramente più grande, ma la svizzera non fa parte dell’Europa) sul grande artista americano.

I WANT SPEND THE REST OF MY LIFE EVERY WHERE, WITH EVERY ONE, ONE TO ONE, ALWAYS, FOR EVER, NOW.

“Non conta di cosa ti fai, ero, coca, in realtà o stai festeggiando o ti stai nascondendo. Se festeggi, bene, continua così. Se ti stai nascondendo, lascia perdere”. Pillole di saggezza di Damien Hirst, artista irritante, provocatorio, geniale, definito il più famoso dei sopravvalutati ma anche il più grande artista di fine millennio. Vidi una sua opera alla Biennale ’03, “INFINITY”, 16.000 pillole sui ripiani di un grande armadietto a specchio. Disorientante, geniale, in bilico tra arte e banalità. Le sue opere: installazioni con farfalle che muoiono incollandosi ad un muro, uno squalo e vari animali sezionati sospesi nella formaldeide in contenitori di vetro, mosche attirate da una testa di vacca e poi uccise. Influenzato dal british post punk, compagno di “merende” di Joe Strummer (cantante e profeta dei Clash), alterna nottate a base di droga e alcool ad un attento e cinico rapporto col denaro. Cura la regia di un video dei BLUR, produce libri e quadri in serie (i puntinati), combatte critici e galleristi colpevoli di “vivere sulla sua pelle” poi accetta 1,5 milioni di ¤ da Saatchi per una scultura in bronzo, ingrandimento di un giocattolo del figlio (Hymn 2000). Il lavoro di Hirst non viene mai ignorato. Odiato e venerato non cerca il consenso del pubblico, ama esporsi, esporre le sue emozioni e contraddirsi. Probabilmente uno dei più grandi artisti contemporanei di fine secolo. P.S. DROGA e ARTE. Grandi interpreti dell?arte contemporanea e della musica hanno barattato le loro vite con la droga. Basquiat, Wharol, Morrison, Hendrix. Che rapporto ha la loro creatività con le droghe? Forse, per avere input ed idee straordinarie bisogna isolarsi dalla realtà, al punto che le cose comuni rivelano la loro vera natura, stimolandoci. Damien Hirst (bristol 1965). Studente, organizza la mostra collettiva FREEZE punto di partenza del fenomeno Young British Artist, favorito dalle istituzioni britanniche e da Charles Saatchi. La personale all’ICA di Londra (1991) ne sancisce la definitiva consacrazione. Nel 1992 riceve il Turner Prize per l’arte contemporanea.